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FILIPPINE: "Qualche piccolo mattone lo abbiamo messo anche noi e questo mi rende orgoglioso e felice"

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Doriana Cavaliere e Roberto Fornari nel mese di gennaio hanno visitato i progetti sostenuti da “aiutare i bambini” nelle Filippine.

Al suo ritorno Roberto ha deciso di condividere con noi parti del suo diario:

Cubao, 10 gennaio 2009

Arrivati. Il viaggio è stato lungo, la voglia di vedere i bimbi supera ogni stanchezza.

Ma le cose non vanno sempre come uno desidera o si immagina. Un punto importante, già evidenziato nella mia seconda esperienza di volontariato all’estero è che noi invadiamo una realtà difficile: c’è un team di persone che lavora duramente per alleviare le disastrose condizioni di vita dei bambini e di colpo si trovano ad “occuparsi” per qualche settimana di noi volontari. Questo per dire che il giorno che siamo arrivati non abbiamo visto i bimbi e il giorno seguente li abbiamo visti solo per una mezz’ora.

Prendiamo un jeepne (mezzo pubblico locale) e arriviamo al Kuya Center. Dopo i primi attimi di imbarazzo ho cominciato con un po’ di giocoleria. Li abbiamo conquistati e anche. Doriana si é lasciata conquistare dai loro sorrisi. Li abbiamo salutati con la promessa di tornare il giorno dopo con una valigia piena di attrezzi da giocoliere. 

La giornata non era ancora finita, salutati gli operatori del Kuya Center ci siamo fatti un giro nel distretto di Cubao.  Dopo poco eccoci circondati da quattro bimbe che vivono per strada. La più grande 13 anni, la più piccola 9. Dapprima le abbiamo viste portare dei cartoni chissà dove. Da subito ci hanno chiesto qualche moneta che abbiamo negato, e sono ricomparse con la stessa richiesta. Che fare? 

Eccole sedute accanto a noi nel ristorante con un bel pollo arrosto e un sacco di riso.  Lo hanno divorato., hanno chiesto il bis e poi il tris. Il tris lo hanno impacchettato per portarlo ai loro fratellini.

Questa è solo una piccola parte della loro realtà.

I giorni al centro Kuya.

I ragazzi di strada che vivono al centro Kuya sono ragazzi difficili. Dare loro delle regole è la condizione primaria per dare un senso  al progetto in atto, ma come puoi immaginare, è una impresa più che ardua. Anche se le scazzottate sono all’ordine del giorno, -per strada vige la legge del più duro- i risultati si vedono. Quasi tutti vanno a scuola.

Mi è difficile spiegare questo banale concetto. Ma fino a poco tempo prima sopravvivevano con la violenza, drogandosi, sniffando colla, rubando,sporchi da fare schifo; ora devono radicalmente cambiare questo loro modo di vivere ed accettare le regole.  Vanno a scuola: quelli che sono stati “salvati” in tempo, la droga non ha avuto il tempo di annullare il loro cervello. Altri ragazzini invece il cervello lo hanno perso tra i fumi della colla.  Abbiamo giocato con loro, li abbiamo abbracciati e coccolati, il loro abbraccio era pieno di richiesta d’amore… però li vedevi persi ... la loro mente era bloccata chissà quanti anni prima…

La strada.

Ci prepariamo... fra poco calerà la notte. La strada cambia colori e da angoli nascosti compaiono volti bruciati dalle dure condizioni di vita. Hanno un nome ma a chi interessa? Sono capaci solo di rubare. Tutti li evitano, a loro non importa. Urinano in mezzo alla strada, cercano avanzi nella spazzatura, se non ne trovano se ne sbattono, hanno la colla da sniffare. La colla toglie l’appetito, toglie la speranza, cancella il sorriso. Ma a loro non interessa. Aspettano di annullarsi da soli e del tutto, per poi trovare la morte.

Li guardo. Sono solo dei bambini, il più piccolo, 5 anni, anche lui con la bottiglia in mano. La bottiglia che contiene colla. Sniffa. La notte é passata, raccontala non é possibile. Ma la loro insoddisfazione ha trovato uno spiraglio di speranza: tutti questi ragazzi hanno un nome, una storia, un bisogno di amore. L’ho capito meglio quando abbiamo trascorso la seconda notte per strada, tutti cercavano una carezza: ragazzi di strada, drogati, che si prostituiscono e rubano, con la vita regolata dalla sola violenza cercano disperatamente una carezza. Il Kuya Center non é lontano. Qualcuno supera la barriera.  C’é chi pensa a loro. Come “aiutare i bambini”. Sono le parole più giuste. Grazie.

Pajatas: la montagna di spazzatura.

Penso: chissà se la montagna di spazzatura esiste ancora, magari é bruciata, o hanno deciso di rimuoverla per farci un parco e giardini con cascate e vasche con pesciolini rossi... La montagna é sempre lì, ancora cresciuta in questi ultimi tre anni.

Vomito. O almeno questa é la mia sensazione quando arrivo  Come é possibile che nessuno sia appoggiato a qualche muro e non vomiti tutto quello che ha dentro ...sembra che la gente non veda la montagna. Perché la montagna dà loro lavoro. Li ho visti salire la mattina e tornare portando giù il “meglio” della spazzatura. Per riciclarlo, per rivenderlo o semplicemente per sfamarsi.

Ci sono anche leggende... chi racconta di chi ha trovato un anello d’oro incastonato di diamanti o chi ha trovato in una borsa diverse banconote da 100 dollari. Leggende. Nella spazzatura si trova solamente spazzatura. Punto.

Quanti bambini. Ma come fanno a sopravvivere? Igiene zero, alimentazione tremenda, condizioni umane praticamente nulle. Ma i bambini sono bambini, con la spazzatura ci giocano e se sono fortunati  trovano anche un giocattolo rotto. Ed io una bimba “fortunata” l’ho vista: correva tenendo tra le braccia una bambola, dono della montagna.

Doriana ed io abbiamo preparato uno spettacolo clown per loro.

Che bello vederli ridere, incantarsi di fronte a qualche gioco di magia, sognare di fronte ai nostri nasi rossi da clown. Per loro é stato un pomeriggio d’allegria. Un pomeriggio... ma un anno ha 365 giorni. Chissà se anche in altri giorni riescono a fantasticare

In ogni caso la certezza è la presenza su quella montagna di spazzatura dell’ambulatorio finanziato da “aiutare i bambini”. Naturalmente ne traggono beneficio anche gli adulti, migliaia le persone curate in questi ultimi anni grazie alla nostra fondazione. Mi piace pensare alla fondazione “aiutare i bambini” come nostra, di noi volontari. Qualche piccolo mattone lo abbiamo messo anche noi e questo mi rende orgoglioso e felice.

Mary Rose.

Rivedrò Mary Rose, la bimba che con la sua semplicità e la sua spontaneità mi ha regalato emozioni pure, l’ultima bimba che ho salutato 3 anni fa per tatuare nella mia mente il suo sorriso. La mattina della mia partenza, erano le 5, era di fronte al convento per salutarmi ancora una volta. Aveva aspettato tutta la notte. Ha 9 anni oggi… e l’ho rivista. Mi guarda, sembra sorpresa, non dice una parola.

Anch’io non dico alcuna parola, sento il cuore battere forte. Mi avrà riconosciuto? Quanto è cresciuta, da bimba a fanciulla. Finalmente lei sorride e, come era successo la prima volta che l’avevo vista, scappa via e poi ritorna. Scompare di nuovo e torna poco dopo con la bandana che le avevo regalato. Adesso il suo sorriso é radioso, mi corre incontro. L’abbraccio.

E’ fantastico ritrovare la piccola Mary Rose, la bambina che ha il dono di farti intravedere le mille sfumature della parola felicità.

Tornare in Italia.

Pochi giorni e poi di nuovo in Italia. Non é la mia prima esperienza e dunque so bene quale sarà l’impatto del ritorno. Guarderò la gente: correre verso chissà dove… gli amici: mi riempiranno di complimenti. Ma come far capire quello che ho vissuto?

Aleggerò…il tempo ha avuto velocità diverse per me e per chi é rimasto a casa ...Sono riuscito a correre velocissimamente .... ho fatto mille volte il giro del mondo ............ ho ricevuto milioni di carezze e sorrisi. Come posso spiegarlo a tutte le persone che incontro? Come spiegare che non ho sognato? Che la povertà di quei bimbi é paragonabile alla desolazione?  Torno, ma i pensieri rimarranno a lungo ancorati nel lontano oriente.

Un vortice mi rapisce… felicità, paura, calore, potenza dell’amarli e impotenza verso la crudeltà delle loro vita.  Per ora continuo ad aleggiare.

Roberto Fornari



Doriana e Roberto

Roberto nella scuola

Doriana durante le attività di animazione con i bambini

Lezione di giocoleria!

I bambini del Centro