INDIA: “Non hanno niente, ma con questo niente sorridono sempre”
Chiara Dallagiovanna, volontaria che si è recata in Gujarat, India, insieme a Marta Fattorossi, visitando diverse boarding schools del progetto di adozione a distanza, ci ha trasmesso parti del suo diario:BOARDING HOUSEGONDAL (MASCHILE)
Che giornatastrepitosa!!!!! Finalmente tutte le mie incertezze, tutte le mie paure cominciano a scompaire e diventa chiaro perché ho deciso di dedicare le mie vacanze a questa esperienza!
Ieri Sr. Preehty ci ha avvisate che oggi sarebbe stato il grande giorno…saremmo andate a visitare le boarding house, avremmo incontrato i bambini!!! Inutile dire che fossi un sacco agitata….appena ho ricevuto la notizia ho cominciato a preparare la borsa con magliette e giocattoli per i bambini…non vedevo l’ora!
Alle undici tutti in macchina, siamo partiti alla volta di Gondal, la prima boarding house che avremmo visitato. Il viaggio in autostrada è stato unico: la loro “autostrada” è in realtà una strada abbastanza disastrata a due corsie disseminata ovunque di mucche. Sapevo che le mucche fossero sacre in India, ma non che per strada gli indiani stessero più attenti alle mucche che agli esseri umani. Fr. Thomas mi ha spiegato che ci sono ovunque negozi in cui è possibile acquistare cibo per le mucche, e tutti si preoccupano di alimentare le mucche….ma delle persone, dei bambini, delle donne, pochi se ne interessano realmente!
Il viaggio in macchina è durato circa un’oretta…poi eccola…la boarding house di Gondal. Avevo il cuore a mille e la testa stava lavorando anche di più: cosa fare? Come comportarsi? Come capirci? Gli sarei piaciuta? Al corso di “Io Volontario” non facevano che ripetere che basta un sorriso e il gioco è fatto…e io non facevo che chiedermi cosa volesse dire questa frase, se fosse realmente così o se fosse una bella e poetica frase come un’altra. Adesso lo so…è vero è proprio così….arrivi, dai e ricevi a tua volta sorrisi, ed è fatta….sei una di loro!
Appena abbiamo varcato le porte della boardinghouse decine di occhi curiosi ci osservavano in attesa…è stato il padre che dirige la boarding house a rompere il ghiaccio: ci ha presentate (devo averlo intuito sentendo le parole Chiara, Marta, Italia) e poi si è abbandonato a una sproloquio giustamente incomprensibile di 5 minuti, al termine del quale gli occhietti curiosi si sono di nuovo rivolti a noi e i bambini in coro hanno gridato “Ha”...
…”Gli ho chiesto se sono felici di vedervi e se gli fa piacere che stiate un po’ con loro. Ha vuol dire sì!” ci ha spiegato poco dopo il padre! Allora li ho guardati…stavano sorridendo e come noi erano desiderosi e allo stesso tempo timorosi di avvicinarsi e di conoscerci meglio. Allora mi sono detta “Bene Chiara…datti una mossa”…ho passato una confezione di palloncini a Marta e le ho detto “Pronta a gonfiare?!”. Il primo palloncino è stato esilarante: l’abbiamo gonfiato, l’abbiamo lanciato ed è cominciato il “finimondo” con decine di bambini che urlando e ridendo correvano dietro al palloncino, per rilanciarlo e correre ancora. Per dieci minuti è stato un continuo gonfia, lancia, corri…finché non abbiamo esaurito i palloncini. A quel punto i bambini ci hanno prese per mano e trascinate in una stanza, a giocare con i palloncini superstiti. Terminati anche quelli eravamo a mani vuote, ma ancora con tante risorse: Marta ha toccato un bambino sulla spalla gli ha urlato “ce l’hai” e si è messa a correre…così in quattro e quattr’otto è cominciato un nuovo gioco.
Basta così poco a questi bambini per divertirsi e per essere felici che ti senti quasi in colpa per tutte le pretese che hai nella vita di tutti i giorni: loro non hanno niente, ma con questo niente sorridono sempre, io ho tutto e molto spesso ho il muso lungo.
Dopo un’oretta e mezza di “ce l’hai” eravamo sudate fradice quando Sr. Preethy e Fr. Thomas ci hanno detto che avremmo dovuto proseguire. Abbiamo salutato i bambini che ci hanno chiesto di tornare a trovarli e con loro abbiamo fatto un pezzo di strada verso l’altro edificio di Gondal, quello per le bambine.
BOARDING HOUSE GONDAL (FEMMINILE)
Quando è stata la volta della scuola femminile probabilmente avrei dovuto essere meno agitata e invece avevo ancora il batticuore. Le bimbe ci stavano aspettando in una grande sala, tutte sedute in modo ordinato e in assoluto silenzio. Appena le ho viste sono rimasta a bocca aperta: le bambine indiane sono bellissime, e i loro abiti tipici (sari e ciuridar) non fanno altro che renderle ancora più belle. La loro presenza rendeva quella stanza povera e spoglia estremamente allegra e colorata: la mia attenzione era richiamata ora di colori sgargianti di sari e ciuridar, ora dai loro bellissimi sorrisi accompagnati da occhietti vispi e gioiosi, nonostante tutto…
Il padre ancora una volta ci ha presentate e ancora una volta tanti occhietti ci guardavano in modo curioso e interrogativo. Questa volta siamo state noi a rompere il ghiaccio: abbiamo cominciato col chiedere il nome ad alcune di loro, poi è stata di nuovo la volta dei palloncini.
Appena abbiamo gonfiato e lanciato il primo si sono messe tutte gridare di felicità. Non capivano più niente, non sapevano più dove guardare, erano al settimo cielo. Per alcune i palloncini erano comunque meno attraenti di noi: due bambine si sono avvicinate a noi desiderose di poter parlare un po’ in inglese mettendo in pratica quello che avevano imparato a scuola. Ci hanno chiesto se conoscevamo i due volontari italiani che erano venuti prima di noi; alla nostra risposta negativa erano un po’ deluse ma non si sono scoraggiate e hanno trovato subito qualcosa di alternativo di cui parlare e allora ci hanno chiesto sa sapevamo ballare. Al verbo “ballare” Marta si è dileguata…io mi sono buttata in una macarena che ha riscosso un incredibile successo (mi hanno chiesto addirittura di scrivere le parole, che ho dovuto inventare, in modo che potessero ricantarla e riballarla anche dopo la nostra partenza). Io ho insegnato la macarena a loro, loro hanno insegnato qualche ballo a me (inutile dire che il risultato della mia performance fosse piuttosto scarso, ma loro non smettevano di applaudirmi e di incoraggiarmi) e infine abbiamo creato una coreografia tutte insieme.
Assieme alla macarena e ai palloncini un altro grande successone è stata la macchina fotografica: fotografarsi e vedersi era per loro una novità assoluta, per non parlare di quando ho cominciato a filmarle. Quindi ho pensato di insegnarle a fare filmati e fotografie e una alla volta si sono fotografate e filmante mentre ballavano e cantavano.
Tra foto, filmanti e balli devono essere passate altre due ore (che a me sono sembrate dieci minuti) perché Sr. Preethy ci è venuta di nuovo a chiamare dicendo che era tardi e che dovevamo partire per la destinazione definitiva, la boarding house di Vasavad.
Quando siamo salite ima macchina le bambine ci hanno circondate e ci davano la mano attraverso il finestrino: non volevano che ce ne andassimo, ma se proprio dovevamo andarcene, dovevamo assolutamente tornare da loro. Quest’immagine non mi abbandonerà mai!!!
BOARDING HOUSE VASAVAD
“Chiara, Marta welcome toVasavad”…con queste parole Fr. Thomas ci ha annunciato il nostro arrivo a Vasavad. Al suono di clacson dell’autista è arrivata una bambina in ciuridar ad aprirci il cancello, la macchina ha percorso un viale di ghiaia e poi eccola, la casa….
Quando siamo uscite dalla macchina avevo il solito batticuore con cui avevo ormai imparato a convivere. Non più un batticuore di apprensione: ormai sapevo che loro non si aspettavano niente da me, solo un sorriso e se riuscivo una canzone o un ballo…insomma un po’ di attenzione, niente che non fossi più che capace di dare. Adesso era un batticuore di emozione, di attesa, di eccitazione…
La sorella madre (Sr. Vinida) ci ha fatto segno di entrare in casa, dove una delle bambine più grandi ci ha dato il ben venuto come da tradizione “disegnandoci” il pallino rosso sulla fronte.
Quando la cerimonia di ben venuto si è conclusa ci sono state presentate le bambine ad una ad una: le bambine erano timidissime e dopo aver detto il loro nome si andavano a nascondere dietro le più grandi che non erano molto più coraggiose delle piccoline. Ad una certo punto una delle più piccole si è avvicinata alla sorella madre e le ha detto qualcosa all’orecchio. Voleva sapere se dovevano mettersi il vestito bello per le occasioni!
Appurato che erano perfette così com’erano senza i fronzoli delle occasioni speciali, rimaneva da stabilire come chiamarci: le bambine volevano sapere se preferivamo essere chiamate auntie (zia) o diddi (sorella maggiore) e all’unanimintà è stato scelto il secondo nome. Adesso siamo Chiara e Marta didis.
Ci hanno mostrato le nostre camere e c’è stato appena il tempo di appoggiare la borsa che ci sono venute a cercare…era ora di cena! La cena si tiene in una grande stanza, ed è l’unico pasto che le bambine e le suore consumano insieme: ci siamo sedute in terra (dopo aver convinto con grande fatica le suore che non avevamo alcun problema a sederci in terra e a mangiare con loro) e due bambine sono passate a servire a tutti riso e turmaric (una polvere gialla che come ci è stato spiegato alla bishop’s house viene mangiato in ogni occasione ed è considerato avere anche potere curativo secondo la medicina ayurvetica). Prima di mangiare abbiamo detto una preghiera che si è conclusa con un coro di bimbe che gridano “Gesù sisters, Gesù didis”, dopo di che le bambine ci hanno guardate tutte in attesa di….di cosa???? Sr. Mariot ci ha spiegato che aspettavano che anche noi le dicessimo “Gesù”….così ci siamo messi tutti a mangiare.
Adesso sono qui in camera ancora un po’ agitata e frastornata..non vedo l’ora di domani per poterle conoscere meglio.
Chiara Dallagiovanna in Gujarat
Le volontarie con i bambini
Un momento di gioco
Le ragazze del centro
Grazie ai donatori che stanno sostenendo questi bambini!

