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KENYA: “Scoppia il caos ma noi continuiamo a seminare

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Elena Zaccherini testimone dei disordini nel Paese

8066S New Holland. - KAM 201 T. Modello e marca del trattore sono le uniche cose certe di questa giornata. E anche le dimensioni del campo da seminare: 5 acri. Tutto il resto è incerto: il destino del Paese, quanti morti ci saranno oggi, quanti siamo qui per la semina di mais e fagioli assieme. Il cibo non si compra, si produce.
E' il 29 dicembre, sono in Kenya, a Chebole, nella Rift Valley Province, perché cinque anni fa ho vissuto qui come cooperante all'interno di un progetto che seguo con il mio compagno, Aldo, e ora sono tornata a salutare gli amici keniani. Gente semplice ma solida, un pastore protestante e la sua famiglia. Con un gruppo di amici e l'aiuto di alcune organizzazioni sosteniamo la casa-famiglia che queste persone hanno creato: la "Casa di Laura", che oggi ospita 96 orfani.
Siamo a quattro ore da Nairobi, in una tipica e pacifica area rurale, a stragrande predominanza di kalengin, kipsigies per la precisione, che nel complicato mosaico delle tribù in Kenya significa, al momento, opposizione: sostegno a Raila Odinga, il candidato alla presidenza che denuncia brogli nella nomina a vincitore di Kibaki.
Sono arrivata il 27 dicembre, il giorno delle elezioni. La gente ha sentito molto questo voto. Ordinate e lunghe file ovunque. E oggi siamo in attesa dei risultati. Non per questo ci si ferma: ieri è piovuto, Enok, il figlio del pastore, é riuscito a trovare della benzina per il trattore ed eccoci qui.
Ci sono i lavoranti, Rodha e Rose, le figlie di Bet il pastore, Enok, tanti bimbi. Mr. Bet in piedi in mezzo al campo sembra un'antenna lui stesso; tiene alta la radio per sentire i risultati elettorali. I commenti, ora preoccupati, ora ilari si intrecciano; i bimbi eccitati corrono a velocità impensabile considerate le enormi zolle. Vicoti, 15 anni, con un passato di abbandono e violenza, vorrebbe imparare l'italiano: "How do you say: I'll come to Italy soon?". Le traduco: "Verrò presto in Italia" ma tu non lo puoi dire, penso. Forse neanche io, mi viene il dubbio. Avrei il volo da Nairobi il 3 gennaio, dovrebbe accompagnarmi Bet con il pick-up, ma è kipsigi, e Nairobi è dei kikuio. In ogni caso non abbiamo benzina.
A Rachel, sua moglie, chiedo: "Perché nel mezzo di questo caos stiamo qua nel campo sotto il sole? E perché seminiamo mais e fagioli assieme?". "Perché mais e fagioli crescono meglio assieme".
E le persone no? Il Kenya ha sempre vissuto pacificamente la mescolanza delle proprie etnie. Ma ora la situazione comincia a precipitare: lo capisco dalla rabbia dei lavoranti che si raccolgono sotto un'acacia dove Mr. Bet, con radio e cellulare, cerca di capire come venga manipolata la crudele illusione della democrazia.
Eric, l'altro figlio del pastore, chiama da Kericho, zona di sterminate piantagioni di tè. Parla di violenza, la polizia spara, ci sono dei morti. Lui è nascosto con altri in un edificio. La gente ha cominciato ad annusare l'inganno. La rabbia si sfoga contro i kikuio e i kisii, le due tribù che sostengono il presidente. Da Nairobi, silenzio delle fonti ufficiali. La gente dice che Odinga ha avuto la stragrande maggioranza dei voti, ma Kibaki intende giurare come presidente senza verifica della regolarità delle elezioni.
Rientriamo in casa. Due amici kenyani, compagni d'università di Rose, ci raggiungono da Eldoret, e ci descrivono una situazione di caos e violenza lungo la strada. Macchine e autobus vengono fermati: se a bordo si trovano kisii o kikuio, il mezzo viene bruciato e la gente deve scappare.
La mattina dopo c'è uno strano silenzio ovunque. Radio e tv tacciono. Introvabili le ricariche per i cellulari. L'ansia e il panico crescono.
Poi riecco le trasmissioni: Kibaki giura come presidente del Kenya. Torna il black-out.
Tutto precipita: vicino alla scuola dove ci troviamo, i due centri principali della zona vengono dati alle fiamme. A Bomet l'esercito ha scaricato un reparto di forze speciali, si sente sparare, ci sono morti. Non chiudiamo occhio tutta notte. Si vedono i fuochi intorno, si sentono le urla della folla di giovani spostati che sfoga così la rabbia di un paese in cui l'economia è in caduta libera. "Tomorrow is only a dream", il domani è solo un sogno, recitava l'adesivo sopra la testa del guidatore dell'autobus che mi ha portato fin qui.
E di nuovo è buio, tutti assieme nella cucina col tetto di paglia.
Sento urla poco lontane. "Cosa succede?", chiedo .
"Sono i nostri vicini. Stanno bruciando la casa di un kisii, ha votato Kibaki. E dopo andranno vanno a sgozzargli le capre". "Ma perché? Vivete assieme!". Rose scuote la testa senza risposta. "E loro dove sono?". "Se ne sono andati due giorni fa".
Anche io sono riuscita a scappare. Uso "scappare" perché è una parola codarda, e codarda mi sono sentita. E perché ho deciso di farlo quando hanno cominciato a sparare davanti alla casa.
Bet ha usato per me l'ultima benzina rimasta, e con un pick-up carico di sette soldati armati mi ha permesso di raggiungere Tenwek, un ospedale missionario americano a circa 15 km.
Abbiamo usato strade dell'interno, sconnesse, nascoste. Il giorno dopo, negoziando la protezione di una macchina di scorta dell'esercito, io e la famiglia di un radiologo americano siamo riusciti a salire su un volo di emergenza della Missionary Aviation Fellowship (cioè dei missionari protestanti).
Sento di avere tradito i miei amici, lasciandoli; da Nairobi mando loro ricariche per il cellulare, per dar loro la possibilità di fare almeno chiamate di emergenza e per informarli. Il premier inglese, Gordon Brown, oggi ha parlato con entrambi i leader invitandoli a una dichiarazione congiunta che fermi la violenza. Ieri ad Eldoret è bruciata la chiesa. Sono morti soprattutto donne e bambini. Con gli stessi sorrisi dei bimbi che domenica cantavano allegri nella chiesa di legno del villaggio vicino a noi. Ho il cuore pesante e solo domande.
Ho telefonato a Bet poco fa. Gli ho chiesto: "Cosa fate ora?".
"Ora seminiamo, senza il trattore. Kasi iendelee" conclude, ridendo amaramente. In swahili: "il lavoro continua", che è lo slogan dell'avversario, Kibaki.

Elena Zaccherini

Elena con i bambini di Bomet

Elena con i bambini di Bomet

Grazie a tutti i donatori che, anche in quest'occasione, rimarranno al fianco dei bambini della "Casa di Laura"!

Grazie a tutti i donatori che, anche in quest'occasione, rimarranno al fianco dei bambini della "Casa di Laura"!