Testimonianza di Anna Santambrogio, volontaria di “aiutare i bambini” a Nairobi, in Kenya
«Un sorriso può vincere, appena ne accennavo uno, venivo imitata da tutti...Non so per quale motivo, ma l'Africa ha avuto la mia attenzione sin da bambina. Alle elementari assillavo di domande il mio compagno di banco arrivato dal Senegal, leggevo libri sull'Africa, col tempo l'interesse non diminuiva.. Ho fatto tesine e tesi relative all'Africa, a febbraio ho conseguito la laurea di primo livello parlando delle mutilazioni genitali femminili, che guarda caso, mi ha riportato in Africa! Ho frequentato il corso per volontari di "aiutare i bambini", ho dato la mia disponibilità e ho potuto scegliere la destinazione: l'Africa. Insieme a Gianluca, sono partita per il Kenya, a visitare una scuola in costruzione in una baraccopoli di Nairobi, felice e molto eccitata: era la realizzazione di un sogno d'infanzia.
A Nairobi, 35 gradi di temperatura, sole caldissimo e un cielo meraviglioso. Accolte da Suor Lucia e Suor Tarcisia, dopo 40 minuti di viaggio in macchina, abbiamo raggiunto la bidonville di Njiru. Tra l'azzurro del cielo e le imponenti montagne sullo sfondo, abbiamo attraversato le prime animatissime baraccopoli! Donne dai colorati abiti a vendere frutta e verdura, uomini a chiacchierare animatamente, bambini incuriositi a guardare il nostro passaggio. Era lì che avrei vissuto, non dovevo farmi impressionare dalla sporcizia, dai rifiuti sparsi ovunque e da quel miscuglio di odori da non farti respirare.
La scuola finanziata dalla Fondazione è molto grande, su due piani, un ampio giardino con orto e bestiame, ma è ancora in costruzione, pochi operai e due guardiani per la notte. E i bambini? Ci aspettavamo un diretto contatto e invece i lavori hanno tardato e se tutto va bene, la scuola aprirà a gennaio 2006, mese d'inizio dell'anno accademico in Kenya. Per stare con i bambini Suor Lucia ci ha indirizzato alla chiesa di Njiru, adibita a scuola elementare ed asilo, 55 bambini tra i 3 e gli 8 anni, due gruppi seguiti da tre maestre. Dalla mattina alle 8.00 i bambini studiano swahili, inglese, matematica, musica, geografia, disegno. Noi siamo stati principalmente con i più grandi: molta curiosità da parte di tutti e sono diventata "Teacher Ann". I bambini all'inizio erano timidi e temevo di non esser accettata, d'altronde chi ero? Una bianca, arrivata dal nulla che non capiva una parola della loro lingua. come biasimarli! Teacher Margaret, la maestra, è stata grandiosa: seduta al suo fianco mi ha fatto distribuire i quaderni chiamando i bambini uno alla volta, a poco a poco l'imbarazzo è diminuito. Un sorriso può vincere, appena ne accennavo uno, venivo imitata da tutti..
Il momento più divertente era l'intervallo delle 10.00. I bambini, dopo la merenda, si sbizzarrivano in giochi, gare, corse e chiacchiere, occasione per conoscerli meglio, soprattutto per capire che anche loro volevano conoscere noi. Bastava la carezza ad una bambina perché tutti ne volessero ricevere una; prendere in braccio uno dei più piccoli perché tutti volessero essere tenuti sospesi in aria; fare il solletico ad uno perché tutti volessero ridere tanto quanto il compagno. Come mai lo trovavano così divertente? Forse perché non sono abituati a ricevere le attenzioni delle insegnanti, che parlano tra di loro. O forse era noioso sentire tutti i giorni una storia raccontata in swahili? Ho cercato una risposta è ho capito che non erano abituati al contatto fisico, nemmeno le mamme, la mattina, li salutano con un abbraccio, un bacio. forse qui si usa così! Non ho mai visto un bambino, nemmeno piccolo, cercare la mano della maestra, forse non c'é l'idea della maestra come figura materna, ma come persona severa da rispettare.
Le lezioni riprendevano poi fino alle 13.00, ora di pranzo. Correggevamo i compiti fatti a casa, rispiegavamo la moltiplicazione, la differenza tra somma e sottrazione. Seduti a terra sulle loro stuoie impolverate, quaderno e matita in mano, copiavano gli esercizi, ridendo in silenzio per la mia lentezza nello scrivere parole in swahili! Ma con grande complicità, capivano la mia difficoltà, m'incoraggiavano e se sbagliavo me lo segnalavano con molta educazione.
Ora che sono tornata e ho ripreso la mia vita di studentessa universitaria, sento spesso il bisogno dei "miei bambini" e sfoglio le foto fatte insieme. Riguardarle mi riempie di gioia: ricordo i momenti vissuti insieme, ma nello stesso tempo mi invade un'atroce nostalgia. Quello che ho ricevuto da questo paese e da questa gente è difficile da spiegare: il volontariato non rende necessariamente migliori, ma allarga la coscienza e la comprensione della natura umana.
Con questa mia prima esperienza, ho voluto immergermi in una realtà che mi ha permesso di conoscere l'Africa nella sua essenza, facendomi innamorare di questo Paese in maniera viscerale. Mi rendo conto di come sia diverso il mondo visto da qui: non appena si cambia città, Paese, continente oppure si gira l'angolo, si vede tutto con occhi diversi e si scopre quello che altrimenti resterebbe inosservato.
Per tutto quello che ho conosciuto, per tutto quello che ho ricevuto.
Mal d'Africa? Sì, grazie!»
Anna Santambrogio, 8/11/2005
Anna Santambrogio insieme ad alcuni bambini di Kayole
Gianluca, il volontario che si è recato con Anna in Kenya
Una delle bambine che vengono aiutate grazie al nostro progetto
Alcuni bambini di Kayole
I bambini mentre giocano con Anna. Sullo sfondo i lavori di costruzione della scuola

