Testimonianza di NADRA BEN FADHEL, volontaria di "aiutare i bambini" a Mtwango, in Tanzania
Tumaini, il "Villaggio della Speranza"All'improvviso sulla destra, percorrendo la via che porta a sud, c'è Mtwango. Piccolo villaggio cresciuto un po' di qua un po' di là della lunga strada asfaltata tanzana. L'andatura quieta e i modi dei suoi abitanti, quella cordialità piena e sincera, sono la prima aria che si respira.
Fausta - responsabile del progetto di adozione a distanza - ci vive da dieci anni. Quando la incontro mi colpisce subito l'espressione insieme attenta e preoccupata dei suoi occhi. L'accoglienza è calorosa ma veloce: ora c'è molto da fare. Alcune persone aspettano già dalle prime luci del giorno, altre ne arrivano poco dopo e in breve il cortile della missione si riempie di storie da ascoltare, di pance gonfie perché vuote, di decisioni da prendere rapidamente. Sono quasi tutte donne, di età molto diverse, e vite drammaticamente simili. Abusate, violentate, stancate dalla malattia. Eppure così materne, nonostante tutto.
Fausta scrive in quaderni ciò che dà loro, davanti ad ognuna di loro, segnando prima nome e cognome, quasi sempre ricordati a memoria. Portano con sé vecchie confezioni di pasta italiana che verranno nuovamente riempite, stavolta con olio, zucchero, farina, e che hanno imparato a conservare con cura perché ora sentono che c'è un altro giorno in cui serviranno. Quello che ricevono insieme al cibo e alle medicine è la spinta a vedere le cose con occhi diversi, a non accettare la propria condizione come fatto immutabile. Anche quando la maggior parte degli eventi vorrebbe dimostrare il contrario.
Tutti mi garantiscono che la verde Tanzania che sto vedendo è una rarità che capita poche settimane all'anno. La stagione piovosa ha infatti fatto crescere altissimi campi di granoturco che nascondono molte cose alla vista. Così Tumaini mi si svela pian piano, come un'irreale visione di serenità. E invece Tumaini è una realtà vera. E'l'orfanotrofio costruito circa due anni fa, a quattro km dalla missione di Mtwango, da quel cortile dove molti bimbi sfortunati hanno potuto riavere un'infanzia. Fausta l'aveva sognato per diverso tempo. Solo poi, con fatica, ha trovato anche gli aiuti per realizzarlo. Nove sono le casette dell'ofanotrofio, fatte di mattoni rossi e graziose tendine alle finestre. In ognuna abita una giovane donna e i bambini a cui fa da "mamma". Vanno tutti a scuola, materna o elementare, poi tornano a casa e trovano un buon piatto di ugali che li aspetta. E loro s'impegnano moltissimo, prima sui libri, poi con la zappa e sempre nell'accudire i compagni più piccoli. Da un po' di tempo a Tumaini manca l'acqua perché i pozzi scavati a mano si sono completamente seccati. Ora piove, e quel che entra nei bidoni viene fatto bastare. Ma dopo? Tanti bimbi sono malati, molti di "quella malattia lì", come dicono da queste parti per evitare persino di nominarla, quella ricevuta in eredità e che in cambio si è portata via i genitori. Come faranno qui senz'acqua? Come fanno a non disperarsi, a guardare sempre quello che c'è e non quello che manca?
Mi sono spesso chiesta come la gente di Mtwango veda Fausta, il suo modo di parlare appassionato e incisivo, al punto da essere qualche volta persino un po' brusco. E poi il suo totale coinvolgimento per tutto e per tutti, sempre.
All'inizio del viaggio mi sono anche detta che avrei cercato di non fare troppe domande, osservando discretamente la vita delle pesone che avrei incontrato. La guardo mentre vive la sua quotidianità coi bambini di Tumaini e penso che, se anche non abbia figli propriamente suoi, sia una delle più belle madri che abbia mai conosciuto.
Nadra, maggio 2004
Prisca, una delle bambine del Villaggio della Speranza
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Faines: anche lei è coinvolta nel progetto di adozione a distanza.

